Gruppo di Rievocazione Storica Città di Conversano

Il Gruppo di Rievocazione Storica “CITTA’ DI CONVERSANO” nasce nell’anno 2014 con l’obiettivo di creare un punto di aggregazione per quanti amano la Storia, al fine di promuovere iniziative che rendano note le vicende storiche di Conversano, tanto nella stessa città quanto al di fuori dei confini cittadini. I periodi su cui si vuol focalizzare l’attenzione sono:

XI/XII SECOLO : Avvento della famiglia Altavilla: Goffredo D’Altavilla, condottiero Normanno, si autoproclama Comes Cupersani, 1° Conte di Conversano – A.D. 1054; gli Altavilla restano al comando della Contea fino all’anno domini1132, con i figli di Goffredo, Roberto e poi il secondogenito Alessandro. Nell’anno domini 1132, sconfitto da Ruggero II di Sicilia, Alessandro fugge in Dalmazia perdendo la contea di Conversano, che nell’anno domini 1134 Ruggero II assegna a suo cognato Roberto I di Bassavilla. Nell’anno domini 1138 gli succede il figlio Roberto II (dal 1154 anche conte di Loritello) che vi regna fino alla morte (A.D.1182).

XIII/XIV SECOLO : Avvento della famiglia Brienne: I conti di Brienne sono una famiglia nobile francese. La contea ha al suo centro il paese medioevale di Brienne-le-Château nella regione della Champagne-Ardenne. La famiglia si estingue nell’anno domini 1356, con Gualtieri VI di Brienne, Conte di Conversano.

XV/XVI/XVII SECOLO : Avvento della famiglia Acquaviva D’Aragona:
A.D. 1455 Giulio Antonio Acquaviva e Caterina Orsini del Balzo, Conti di Conversano;
A.D. 1496 Conte di Conversano Andrea Matteo Acquaviva D’aragona ( morto nel 1529 );
A.D. 1626 Giangirolamo II Acquaviva D’Aragona e Isabella Filomarino, Conti di Conversano

XI SECOLO – A.D. 1054 GLI ALTAVILLA

Nella metà dell’XI secolo, con la dominazione normanna delle regioni meridionali della penisola italiana, Conversano divenne un vero e proprio centro di potere: intorno al 1054 Goffredo d’Altavilla nipote di Roberto il Guiscardo, prese il titolo di comes Cupersani e fece della cittadina il fulcro di un’amplissima contea, estesa per buona parte della Puglia centro-meridionale, tra Bari e Brindisi e fino a Lecce e Nerito (Nardò). L’importanza della corte conversanese nel panorama nobiliare di quegli anni è ben attestata dall’aver ospitato a Conversano per alcuni mesi il duca di Normandia Roberto II detto il Cortacoscia, figlio del re d’Inghilterra Guglielmo il Conquistatore, che era di passaggio in Puglia al termine della prima crociata; Roberto II sposò anzi Sibilla, figlia di Goffredo, e ricevette una dote ampia abbastanza per riscattare l’ipoteca di 10.000 ducati sul ducato di Normandia accesa prima della partenza per la Terrasanta. Intanto, a Conversano, Goffredo confermò i diritti fiscali sull’intero agro della limitrofa Castellana in favore dei monaci benedettini, presenti in Conversano probabilmente dall’VIII secolo. Gli Altavilla sono stati una delle famiglie normanne più importanti e influenti, protagonisti delle vicende storiche dell’Italia meridionale e della Sicilia. La dinastia reale è stata originata da Tancredi conte di Hauteville (oggi Hauteville-la-Guichard) in Normandia (IX secolo), i cui figli Roberto il Guiscardo e suo fratello Ruggero d’Altavilla intrapresero nel 1061 la conquista e l’unificazione politica dell’Italia Meridionale, fino a quel momento in gran parte in mano ai Bizantini (parte continentale: Calabria e Puglia) e arabi (Sicilia). Alla morte di Goffredo (avvenuta nel 1101 secondo Lupo Protospata), la contea andò in eredità a suo figlio Roberto e poi al secondogenito Alessandro. Nel 1132, sconfitto da Ruggero II di Sicilia, Alessandro fuggì in Dalmazia perdendo la contea di Conversano, che 1134 Ruggero II assegnò a suo cognato Roberto I di Bassavilla. Nel 1138 gli succedette il figlio Roberto II (dal 1154 anche conte di Loritello) che vi regnò fino alla morte (1182).

altavilla STEMMA DELLA FAMIGLIA ALTAVILLA

PROTAGONISTI DEL XI secolo Conversanese

Goffredo D’Altavilla, fu un condottiero normanno  , tradizionalmente considerato primo conte di Conversano. Fu signore di Brindisi dal 1071 e poi di Nardò. Si autoproclamò comes Cupersani ( CONTE DI CONVERSANO) nel 1054, quando ancora non esisteva una vera e propria contea, la quale diverrà tale solo alla fine del XII secolo. Giunto in Puglia forse a seguito di Unfredo d’Altavilla, terzo conte di Puglia (dopo i fratelli Guglielmo I e Drogone) gravitò presumibilmente attorno alla corte del principe di Salerno Guaimario IV da cui aveva ricevuto, come Unfredo, dei compiti. È appunto attestato che sia stato tenuto a prestare servizi feudali, come l’amministrazione della “bassa giustizia” ( bassa giustizia, attribuita ai vassalli – nel mondo medievale antico, per vassallo, dal latino medievale vassallus, derivato da vassus (“servo”), di origine germanica (da gwas, che significa “giovane, garzone, valletto”[1]), si intende colui che, in qualità di concessionario, riceve dal sovrano (il concedente) l’affidamento di incarichi amministrativi e, contemporaneamente, la gestione di territori, prestando in cambio un giuramento di obbedienza e fedeltà, oltre allo svolgimento delle funzioni amministrative delegate dal sovrano; alta giustizia, esercitata dal sovrano e dai grandi feudatari, riguardava l’esame delle cause relative alla proprietà fondiaria e alla libertà personale, nonché i più gravi reati (omicidio, stupro, lesioni gravi, incendio volontario, furto e rapina), punibili con la pena di morte o la mutilazione;) in un primo momento presso Conversano, poi presso Brindisi, Nardò e Ruvo in qualità di comes; manovra di decentramento amministrativo che è stata generalmente interpretata come condizione sufficiente per ritenere Goffredo in possesso di giurisdizione su un vastissimo territorio tra l’Adriatico e lo Ionio. Conclusione, invece, per nulla accettabile storicamente. Invero Goffredo, da avventuriero qual era, approfittando dei compiti feudali che gli erano stati assegnati, finì per autoproclamarsi conte di una contea inesistente; grazie a questo arbitrio, Conversano diventerà via via sede di poteri forti e quindi contea. Ma solo più di un secolo dopo fu legalmente riconosciuta. È stato erroneamente identificato con il figlio di un tal Ruggero e di Beatrice, sorellastra di Roberto il Guiscardo. Inoltre si è scorrettamente creduto che fosse il fratellastro era Roberto di Montescaglioso, che era figlio di Ermanno d’Eu e della stessa Beatrice. In realtà si tratta di tre personaggi storici diversi che sono stati tradizionalmente identificati a causa della loro omonimia: il nostro Goffredo di Conversano, Goffredo di Montescaglioso (detto Maccabeo) e figlio di Unfredo di Montescaglioso e un terzo Goffredo di Montepeloso. Il responsabile di tale mendace identificazione è stato ‘in primis’ il cronista normanno (per ironia della sorte anch’egli omonimo degli altri tre), il monaco Goffredo Malaterra. Secondo la scorretta identificazione con Goffredo di Montescaglioso e Goffredo di Montepeloso, la biografia risulta essere un ‘pot-pourri’ delle gesta dei tre Goffredo summenzionati. Ed è la seguente (priva della fondatezza e della precisione che esige la storia): Goffredo, al tempo delle prime conquiste normanne, si era impossessato della cittadina di Montepeloso (Irsina), ove era succeduto a Tristaino di Montepeloso come secondo Signore della città, che era una delle dodici baronie che costituivano la Contea di Puglia. Si schierò, quindi, col fratellastro Roberto e con altri conti normanni per difendere l’autonomia nei confronti di Roberto, duca di Puglia: nell’aprile 1064 occupò la città di Castellaneta. Nel 1068 si giunse ad un accordo tra il duca Roberto e i conti ribelli: Goffredo ottenne il perdono dallo zio duca, riuscendo a conservare il dominio della città di Montepeloso e del territorio circostante. Goffredo partecipò a fianco del Guiscardo nell’assedio e nella conquista di Brindisi (1070) e Bari (1071): in seguito a ciò divenne Conte di Conversano e signore (dominator) di Monopoli, di Brindisi e di Nardò. Alla morte del fratellastro Roberto, acquisì il dominio della città di Matera (14 agosto 1080). Seguì Roberto il Guiscardo anche nella sfortunata spedizione nei Balcani (1084) che si concluse nel luglio 1085 con la morte a Cefalonia del duca, alla presenza dello stesso Goffredo. Divisi i possedimenti tra i figli del Guiscardo, Ruggero Borsa e Boemondo, Goffredo si riconobbe vassallo di quest’ultimo, garantendo per sé e per i propri domini un lungo periodo di pace e di prosperità. Fu presente al III sinodo di Melfi (settembre 1089) voluto da papa Urbano II e al seguito del pontefice fu presente alla consacrazione dell’altare della cripta di San Nicola di Bari e alla fondazione della nuova Cattedrale di Brindisi: in tale occasione chiese e ottenne dal papa il trasferimento della sede arcivescovile da Oria a Brindisi. Fu largamente munifico nei confronti di numerosi monasteri presenti nei territori di sua giurisdizione, in particolare San Benedetto di Conversano, Santa Maria Veterana di Brindisi (fondato da lui e da sua moglie nel 1090), Santo Stefano di Monopoli (fondato da lui nel 1086), Basilica Cattedrale di Santa Maria Assunta di Nardò e San Giovanni di Fasano. Morì nel settembre 1100 (Lupo Protospata indica il 1101 secondo il calendario bizantino), molto probabilmente a Brindisi, dove, nell’agosto di quell’anno è documentato per l’ultima volta in vita. Sposato a SIGHELGAITA, figlia di Rodolfo di Molise (Rodolfo di Moulins era il figlio del conte Guimondo, signore normanno del Castrum Molinis (Mortagne-au-Perche). Dopo l’anno 1045, giunge con alcuni degli Altavilla nell’Italia Meridionale. Compagno d’armi di Roberto il Guiscardo, Rodolfo di Moulins nella metà dell’XI secolo era a fianco degli fratelli d’Altavilla nella conquista diBojano (Molise): divenne conte di Boiano nel 1053, e la contea crebbe in ricchezza e in potenza sotto il suo dominio da abbracciare gran parte del territorio regionale, fino a Trivento, Venafro, Castelvolturno, Pietrabbondante, Isernia, Roccamandolfi. Il territorio prese il nome di Contado di Molise e faceva capo al Castello di Civita Superiore, sede della famiglia de’ Moulins. Il suo nome italianizzato divenne Rodolfo De Molisio. A Rodolfo si deve l’edificazione (o riedificazione) dell’attuale cattedrale di Boiano.

ebbe diversi figli e figlie:

PROTAGONISTI DEL XI secolo Conversanese

Roberto di Conversano (1070 circa – 1113) fu Conte di Conversano (dal 1100), Signore di Montepeloso, Brindisi, Monopoli e Nardò. Era figlio primogenito di Goffredo, conte di Conversano, e di Sichelgaita. Partecipò alla Prima Crociata (1096) con Boemondo di Taranto, prendendo parte alla battaglia di Dorileo (1097) e all’assedio di Antiochia. Nel 1100 succede al padre nella Contea di Conversano che tenne fino alla morte. Nel 1107 contribuì alla costruzione della cattedrale di Monopoli e il suo nome si è conservato in una iscrizione tracciata nell’archivolto di un finestrone della stessa chiesa. Nel 1112 suo fratello Tancredi era stato chiamato a Bari da Costanza, vedova di Boemondo d’Altavilla, per difendere i suoi territori: ma a seguito di una insurrezione della cittadinanza, che aveva preso in ostaggio la madre Sichelgaita, Tancredi richiese l’intervento dei fratelli, Roberto e Alessandro, conte di Matera, che risolsero la situazione (1113). Nello stesso anno certamente morì, perché il fratello Alessandro gli succedette nel dominio della Contea di Conversano. Sposò Mabilia, da cui ebbe due figli:

Guglielmo, signore di Canne, Ugo, Barone di Turi e Frassineto, feudo compreso fra gli attuali territori di PutignanoGioia del ColleTuri, e Sammichele di Bari.

PROTAGONISTI DEL XI secolo Conversanese

Alessandro di Conversano (1070 circa – 1133 circa) fu uno dei baroni normanni, conte di Conversano e signore di Matera. Figlio e successore di Goffredo di Conversano, è stato il secondo conte di Conversano dalla morte del fratello Roberto fino al 1132. Costanza di Francia, reggente del Principato di Taranto per il figlio minorenne Boemondo II, rivendicando il titolo di regina in quanto figlia di un sovrano, manifestò le stesse ambizioni espansionistiche del marito Boemondo e intorno al 1112 rivolse i suoi interessi ai territori del Ducato di Puglia nelle mani del giovanissimo e inettoGuglielmo II di Puglia. Ottenne l’appoggio di Tancredi, signore di Brindisi e fratello su Alessandro, per proteggere i suoi territori e per occuparne di nuovi. Tancredi fu per questo beneficiato di un quartiere di Bari, ma i baresi si ribellano a questo stato di cose e catturano Sichelgaita di Conversano, madre di Tancredi. La rivolta dei baresi fu sedata dall’arrivo dei fratelli Alessandro e Roberto di Conversano che liberarono la madre, ma si posero in aperto contrasto con Costanza.

Con la moglie, Matilde, fonda l’abbazia di S. Maria la Grande a Laterza (TA) nel 1112. Con la morte del fratello maggiore Roberto, nel 1113 Alessandro fu investito della Contea di Conversano. Nel frattempo la rivolta dei baroni diveniva incontrollata: Roberto I di Capua e forse altri si dichiararono vassalli dell’imperatore Enrico V. A Bari al comando degli insorti si pose l’arcivescovo Risone; nel 1115 interveniva il papa Pasquale II che costringeva le parti avverse ad una tregua Dei di tre anni. Ma l’accordo non venne rispettato e nel 1116 il cronista Romualdo registra uno scontro armato tra i fratelli Tancredi di Conversano, fedele a Costanza, e Alessandro di Conversano che ne uscì vincitore, potendo così fregiarsi del titolo di conte di Matera oltre a quello di conte di Conversano da poco acquisito per la morte del fratello maggiore Roberto. Con il fratello Tancredi, Alessandro fu una costante spina nel fianco di Ruggero II: nel 1127, insieme a Tancredi e ad altri baroni pugliesi, entrò ancora in conflitto col Conte di Sicilia, che alla morte di Guglielmo II, ultimo duca di Puglia, cercava di mettere in atto il progetto di unificare i domini siciliani con quelli continentali pugliesi e di creare un regno[2]. Dopo la sconfitta di Ruggero alla battaglia di Nocera (1132), Alessandro appoggiò la nuova rivolta baronale ed entrò a far parte dell’esercito degli insorti col fratello Tancredi, con Goffredo conte di AndriaRainulfo conte di Alife e Roberto principe di Capua. Ma subito Ruggero attraversò lo Stretto di Messina con un grande esercito e Alessandro, per timore di ritorsioni, abbandonò la sua città di Matera a suo figlio, Goffredo, e fuggì alla corte di Rainulfo. Dopo che Ruggero ebbe ripreso Matera, Alessandro fuggì in Dalmazia, fu privato del suo feudo e non fu più in grado di tornare in patria. Quando Ruggero nominò suo figlio Alfonso principe di Capua (1135), diede a suo cognato, Roberto di Basunvilla, la contea di Conversano. Alessandro cercò di incontrarsi con l’imperatore Lotario II, ma fu catturato da briganti in una foresta. Secondo Alessandro di Telese, venne abbandonato povero nella città di Valona. Dopo non si hanno ulteriori notizie di Alessandro.

PROTAGONISTI DEL XI secolo Conversanese

Tancredi di ConversanoAlla morte di Goffredo di Conversano (1100), la moglie Sichelgaita divenne signora (dominatrix) di Brindisi e forse solo dal 1107 il loro figlio Tancredi fu associato nel titolo. Nel 1112 Tancredi fu chiamato da Costanza, vedova di Boemondo d’Altavilla, per difendere i suoi territori: ne ricevette un quartiere di Bari, ma la cosa provocò una insurrezione della cittadinanza che prese in ostaggio la madre Sichelgaita. L’intervento dei fratelli di Tancredi, Roberto, conte di Conversano, e Alessandro, conte di Matera risolse la situazione. Nel 1127, insieme al fratello Alessandro e ad altri baroni pugliesi, entrò in conflitto col conte di Sicilia, Ruggero II, che alla morte di Guglielmo II, ultimo duca di Puglia, cercava di mettere in atto il progetto di unificare i domini siciliani con quelli continentali pugliesi e di creare un regno. Nel 1128 la città di Brindisi fu assediata dalle truppe del re, più volte presa e poi liberata. Finalmente nel 1132 Tancredi si sottomise al re Ruggero II che gli impose condizioni durissime: il re infatti lo obbligò a cedergli la città di Brindisi e ogni altro suo possedimento per la simbolica somma di 20 schifati e a lasciare i territori del Regno per recarsi a Gerusalemme. Ma nel 1133 Tancredi anziché partire per la Terra Santa, mise in atto un ennesimo tentativo di ribellione contro Ruggero II che nel luglio dell’anno precedente aveva subito una disastrosa sconfitta nella battaglia di Nocera: col sostegno del fratello Alessandro e di altri baroni ribelli, con un colpo di mano sottrasse al sovrano le città di Montepeloso e Acerenza). Ma il re, ripreso il controllo della situazione, riuscì ad espugnare la città di Montepeloso dove il ribelle si era rifugiato e lo catturò. Tancredi fu condotto prigioniero in Sicilia, dove morì. La fine del dominio della famiglia dei “da Conversano” su Brindisi e il passaggio della importante città portuale al demanio regio fu sancito dall’arrivo del catapanoUmbro, funzionario regio attestato dal 1135.

PROTAGONISTI DEL XI secolo Conversanese

Sibilla di Conversano (Conversano, 1085 circa – Rouen21 marzo 1103) fu duchessa consorte di Normandia dal 1100 al 1103. Secondo il monaco e cronista ingleseOrderico Vitale, era figlia di Goffredo primo Conte di Conversano, Signore di Montepeloso, di Brindisi, Monopoli, Nardò eMatera; il cronista e monaco benedettino dell’abbazia di Malmesbury, nel Wiltshire (Wessex), Guglielmo di Malmesbury, sbagliando il nome del padre, la cita come figlia di Guglielmo di Conversano, mentre anche il monaco e cronista normanno Guglielmo di Jumièges, autore della sua Historiæ Normannorum Scriptores Antiqui, conferma che discendeva dai Conversano, dichiarandola sorella di tale Guglielmo di Conversano[3]. la madre era Sichelgaita del Molise, figlia di Rodolfo conte delMolise e di una principessa longobarda. Goffredo di Conversano, sempre secondo Orderico Vitale, era nipote di Roberto il Guiscardo[4] infatti era figlio di un tal Ruggero e di Beatrice, sorellastra di Roberto il Guiscardo ed era fratellastro di Roberto di Montescaglioso, che era figlio di Ermanno d’Eu e della stessa Beatrice. Nei Gesta Roberti Wiscardi, infatti Roberto conte di Montescaglioso è ricordato come fratello di Goffredo, nati entrambi da una sorella del Guiscardo (Robertus de Scabioso Monte, comes dictus, Gosfredi frater, et ambo orti germana fuerant ducis)[5]. La giovanissima Sibilla, ammirata dai contemporanei per la sua bellezza e spesso lodata dai cronisti dell’epoca (secondo Guglielmo di Malmesbury era di eccezionale bellezza[2]), fu data in sposa, nel 1100, al duca di Normandia Roberto II, che era stato uno dei capi della Prima Crociata (il professore scozzese, William B. Stevenson, definisce Roberto uno dei principali capi della prima crociata, per aver un nutrito seguito di cavalieri normanni, anche se per indole non era adatto al comando[6]), come ci confermano Orderico Vitale[1], Guglielmo di Malmesbury[2] e Guglielmo di Jumièges[3], portandogli una cospicua dote[2], idonea a riscattare ilducato di Normandia ipotecato al fratello Guglielmo il Rosso. Roberto II, sia secondo Guglielmo di Jumiège, che secondo Guglielmo di Malmesbury e Orderico Vitale, era il figlio maschio primogenito del duca di Normandia e re d’InghilterraGuglielmo il Conquistatore e di Matilde delle Fiandre[3][7][8] (1032 – 1083), figlia di Baldovino Vconte delle Fiandre, e di Adele di Francia, sorella del re di FranciaEnrico I[8].Alla morte del fratello di suo marito, il re d’InghilterraGuglielmo il Rosso, avvenuta il 2 agosto 1100[9], Roberto avrebbe dovuto ereditare il trono d’Inghilterra, ma, dato che si trovava ancora in Puglia, dove si era sposato, il fratello minore Enrico Beauclerc poté impossessarsi della corona inglese[10]. Sibilla e Roberto arrivarono in Normandia nel mese di settembre. Nell’estate del 1101, in agosto, Roberto cercò di conquistare il regno d’Inghilterra e sbarcò a Portsmouth con il suo esercito[11], ma la mancanza di sostegno popolare tra gli inglesi permise a Enrico Beauclerc di resistere all’invasione. Roberto fu costretto tramite la diplomazia a rinunciare alle sue pretese sul trono inglese con il Trattato di Alton, del luglio 1101. In cambio Roberto ottenne da Enrico la rinuncia alla penisola del Cotentin (in Normandia) e una pensione di 3000 marchi all’anno[11]. Il 25 ottobre 1102 nacque Guglielmo Cliton[3], l’erede del Ducato di Normandia, ma Sibilla morì qualche mese dopo il parto[2]. Guglielmo di Malmesbury racconta che, secondo alcune voci, la morte fu causata dall suggerimento di una levatrice che per avere una buona produzione di latte materno, dopo il parto, era necessario fasciare i seni con una benda molto stretta[2]; mentre Orderico Vitale racconta che morì, nel 1103, avvelenata (veneno infecta) non molto tempo dopo che Agnes Giffard era divenuta l’amante di suo marito, Roberto[12]. I tumulti che seguirono la morte di Sibilla impedirono a Roberto di sposare Agnese che a sua volta era vedova.

La leggenda della morte di Sibilla, sacrificatasi per il marito, succhiando il veleno di una freccia che lo aveva ferito in Terrasanta, come prescritto dai medici di Salerno. – Miniatura del Canone di Avicenna.

Una leggenda, invece, vorrebbe che ella sia morta per aver succhiato il veleno di una freccia che aveva ferito il marito in Terrasanta, sacrificandosi per lui, dopo aver consultato i medici della scuola di Salerno durante il viaggio di ritorno. Secondo gli Obituaires de Sens Tome II, Sibilla morì il 21 marzo (Sibilla comitissa Normannie XII Kal. Apr.) e fu sepolta nella cattedrale di Rouen[13] dove si trova ancora la lapide sepolcrale con questa iscrizione:

(LA)

« Sibylla de Conversana
Apuliensis ortu
quam duxit uxorem
Robertus Brevis ocrea dictus
Normannorum dux
invicti filius Guillelmi Conquisitoris
acerba nimis morte praerepta
post biennium conubi
A. m. – M – C – II
Gentis olim delicium dein desiderium
nunc cinis
serius revictura. »

(IT)

« Sibilla di Conversano,
nata in Puglia,
la quale condusse in moglie
Roberto detto Coscia Corta,
Duca dei Normanni,
figlio dell’invitto Guglielmo II Conquistatore,
colpita da precocissima morte
dopo un biennio di matrimonio.
A(nno) M(ortis) 1102.
Prima delizia, poi desiderio della gente,
ora cenere
in futuro risorgente. »

Seguì un periodo nel quale il feudo tornò alla dirette dipendenze del regio demanio, con la parentesi del decennio 11971207 in cui fu possedimento di Berardino Gentile. Più tardi furono conti di Conversano per quasi un secolo i Brienne (12691356), fino alla morte senza eredi del duca d’Atene Gualtieri VI.

SECONDA META’ DEL XIII SECOLO “I BRIENNE” (1269 – 1356)

I conti di Brienne sono una famiglia nobile francese.Essi fanno risalire il loro più remoto antenato a Engilbert, che visse al tempo di Ugo Capeto nel X secolo. La contea aveva al suo centro il paese medioevale di Brienne-le-Château nella regione della Champagne-Ardenne.Uno di loro Giovanni di Brienne divenne Re di Gerusalemme e di Costantinopoli; un altro fu duca d’Atene. La famiglia si estinse nel 1356, con Gualtieri VI di Brienne,connestabile di Francia.

brienne STEMMA DELLA FAMIGLIA BRIENNE

 PROTAGONISTI DEL XIII secolo Conversanese

Gualtieri VI di Brienne (Lecce1302 – Poitiers19 settembre 1356) fu un nobile di origine francese, la cui vita si divise tra la Grecia, la Francia e l’Italia. Portò i titoli di Conte di Brienne, di Conversano e di Lecce, nonché quello solo nominale di Duca d’Atene, che fu però quello col quale divenne celebre. Gualtieri nacque dal conte Gualtieri V e da Giovanna di Chatillon (m. nel 1354), figlia del Conte di Porcien, connestabile del Re di Francia Filippo IV. Dopo la morte del padre, avvenuta durante la battaglia di Halmyros del 1311, ne ereditò i titoli nobiliari; di fatto però i suoi possedimenti in Grecia furono in larga parte puramente nominali, tranne che per quelli stabiliti sulle città di Argo e Nauplia. Per quasi tutta la sua vita cercò di ristabilire il dominio della sua famiglia su Atenecontro la Compagnia Catalana, ma senza successo. Dagli anni quaranta del Trecento si spostò in Italia e in Francia, lasciando la Signoria di Argo e Nauplia alla cura di suoi subalterni. Nel dicembre del 1325 nella cattedrale di Brindisi sposò Margherita, figlia di Filippo I di Taranto e nipote del Re Roberto I di Napoli, un matrimonio strategico che rafforzava la sua presenza in Italia meridionale. Presso la corte degli angioini fu appuntato come vicario di Carlo di Calabria, carica che esercitò per pochi mesi nel1326. Nel 1331, con l’appoggio di Roberto di Napoli e di Papa Giovanni XXII salpò per la Grecia in una crociata per la riconquista di Atene. In quella campagna riconquistòArta al despota Giovanni Orsini, ma non riuscì a prendere Atene per via dell’intervento dei veneziani, che si erano alleati con i catalani. Il suo unico figlio Gualtieri VII morì durante questa campagna. Dopo essere stato per alcuni anni in Francia, dopo la morte della moglie (1340) tornò in Italia (1342) chiamato dai governatori di Firenze che, preoccupati per la crisi economica iniziata nel 1343, in seguito al mancato rimborso dei prestiti fatti ad Edoardo III d’Inghilterra dai banchieri cittadini, e disperati per le strenue lotte tra guelfi e ghibellini, avevano deciso da alcuni anni di affidare la città a un podestà a condizione che fosse straniero e quindi non legato ad alcuna fazione. Sebbene l’incarico di Gualtieri fosse a scadenza, i ceti bassi di Firenze spinsero affinché fosse nominato signore a vita, ben impressionati dalle sue prime iniziative. Il governo di Gualtieri divenne presto contraddistinto da dispotismo, ignorando e opponendosi agli interessi della ricca classe mercantile che gli aveva permesso di prendere il potere, trovando supporto nelle residue forze delle antiche famiglie feudatarie già provate dagli esili e dalle lotte di cinquant’anni prima. Impose delle drastiche misure economiche correttive, tese a rimediare al forte debito pubblico, istituendo l'”estimo” e le “prestanze” forzate, delle somme di denaro che i più ricchi dovevano corrispondere in prestito al governo a condizioni molto svantaggiose. Iniziò inoltre una fortificazione militare e ingrandimento di Palazzo Vecchio verso via della Ninna. Sebbene dal punto di vista della crisi finanziaria le misure si rivelassero utili, dall’altra parte irritarono a tal punto i fiorentini che, solo dieci mesi dopo la sua nomina, congiurarono per liberarsi di lui. Minacciato di eliminazione fisica rassegnò il potere e fuggì dalla città il 26 luglio 1343, giorno di Sant’Anna. La cacciata del Duca d’Atene rimase un episodio “mitologico” nella storia cittadina, descritto con viva partecipazione dal Villani o usato come tema di affreschi per esempio da Andrea Orcagna. Per ringraziare sant’Anna le venne dedicata la chiesa di Orsanmichele e l’attuale chiesa di San Carlo dei Lombardi. Rifugiatosi in Francia si risposò, ma non ebbe eredi. Diventato Connestabile di Francia nel 1356, morì quello stesso anno durante la Battaglia di Poitiers. I suoi titoli passarono a sua sorella Isabella di Brienne e poi alla nipote di quest’ultima, Maria d’Enghien. A Firenze rimase sempre noto semplicemente come il Duca d’Atene, e fu citato anche nella novella settima del secondo giorno del Decameron di Boccaccio.

 La contea passò quindi più volte di mano in mano tra molti importanti casati, soprattutto per via matrimoniale: gli Enghien (13571381 e 13941397), i Lussemburgo (13811394 e14051407), i Sanseverino (13971405), i Barbiano (14111422), gli Orsini (14231433), i Caldora (14341440) e gli Orsini del Balzo (14401455).

SECONDA META’ DEL XV SECOLO – “GLI ACQUAVIVA D’ARAGONA” A.D. 1455

L’ultimo conte Orsini del Balzo era Giovanni Antonio, figlio di Raimondo principe di Taranto e di Maria d’Enghien (che poi avrebbe sposato in seconde nozze Ladislao I d’Angiò). Giovanni Antonio diede in dote l’intera contea di Conversano – che comprendeva i centri di CastellanaCasamassima, Castiglione (centro abitato poi scomparso, tra Conversano e Castellana), Noci e Turi – a sua figlia Caterina, sposa del duca d’Atri Giulio Antonio Acquaviva. Iniziava così nel 1455 il lungo possesso del feudo di Conversano da parte della casata degli Acquaviva che, salvo una parentesi di quattro anni, lo avrebbe detenuto ininterrottamente sino all’abolizione dei diritti feudali del 1806. Giulio Antonio Acquaviva, ritenuto dai contemporanei un valente condottiero, si distinse soprattutto nella battaglia di Otranto contro i Turchi (1481). Quello stesso anno morì in battaglia per un’imboscata, lasciando il feudo in eredità a suo figlio Andrea Matteo. Anche costui eccelse in numerose battaglie; il suo comportamento eroico gli valse il riconoscimento, da parte del re di Napoli Ferdinando I, del privilegio di aggiungere all’arma del suo casato quella reale e di modificare il cognome in Acquaviva d’Aragona. Le sue fortune a corte però furono offuscate dall’accusa di aver preso parte alla cosiddetta congiura dei baroni, tanto che patì la prigione e la temporanea perdita della contea a beneficio del duca di Termoli, Andrea di Capua (15041508). Tornato a Conversano, ebbe modo di distinguersi come mecenate, bibliofilo e letterato e fu incluso nell’Accademia di Jacopo Sannazzaro. Morì nel 1529, mentre Conversano era funestata da un’epidemia di peste.

200px-Stemma_Acquaviva_Aragona  STEMMA DEGLI ACQUAVIVA D’ARAGONA

Dal 1458 Inquartato: nel primo e nel quarto: partito nel 1° d’Aragona, d’oro ai quattro pali di rosso, nel 2° di Aragona Sicilia inquartato in decusse: nel l e 4° d’Aragona, nel 2° e 3° di Svevia cioè d’argento all’aquila spiegata di nero membrata e linguata di rosso; nel secondo e nel terzo: d’oro al leone rampante d’azzurro armato e lampassato di rosso (Acquaviva)

PROTAGONISTI DEL XV secolo Conversanese

Giulio Antonio Acquaviva, e poi Acquaviva d’Aragona (Atri1428 circa – Minervino di Lecce7 febbraio 1481), è stato uncondottiero italiano, 7º duca d’Atri (dal 1462), 1º duca di Teramo, conte di Conversano e di Castro San Flaviano e signore di Forcella, Roseto, Padula, ecc.. Era figlio di Giosia Acquaviva, conte di Castro San Flaviano e duca di Atri, e di Antonella Migliorati dei signori di Fermo. Sposò nel 1456 Caterina Orsini Del Balzo (figlia naturale di Giovanni Antonio Orsini Del Balzo Principe di Taranto), Contessa di Conversano, Signora di TuriNociCastellanaCasamassimaBitetto e Gioia del Colle. Dopo la famosa battaglia di San Flaviano (o battaglia del Tordino) tra Francesco Sforza e Niccolò Piccinino (25 luglio 1460), San Flaviano fu saccheggiata dai soldati di Matteo di Capua l’anno successivo e ridotta in macerie. Invece di ripristinare la città, Giulio Antonio Acquaviva nel 1471preferì costruirne una nuova più in alto vicino alla città antica: Giulia Nova. Nel 1478 comandò la flotta che sosteneva l’esercito napoletano di Ferdinando d’Aragona, che si era unito alla coalizione costituita dal papa Sisto IV contro Firenze. Per aver guidato e consigliato il duca di Calabria, fratello del re, venne insignito dell’Ordine del Ermellino. Inoltre con privilegio delRe di Napoli del 30 aprile 1479, ricevette l’onore di poter aggiungere al suo cognome il nome diAragona e di inquartare il blasone di famiglia con le insegne della casa reale. Nel 1480 si recò in Puglia per combattere i Turchi, che avevano preso Otranto e minacciavano Brindisi. Legò la sua fama alla campagna per la riconquista di Otranto (1481), durante la quale perdette la vita in un’imboscata; il suo corpo fu decapitato e la testa fu presa dai Turchi e inviata a Costantinopoli presso il Sultano come trofeo di guerra e mai più restituita per alcun riscatto, nonostante le pressioni dello stesso sovrano. Il corpo è sepolto, assieme alla moglie, nella chiesa di Santa Maria dell’Isola a Conversano, in un momumento funebre opera dello scultore pugliese Nuzzo Barba[1]. Scrittori e poeti, tra cui il Sannazaro e il Pontano, lo hanno celebrato.

PROTAGONISTI DEL XV/XVI secolo Conversanese

 Andrea Matteo III Acquaviva d’Aragona (Atri1458 – Conversano29 gennaio 1529) è stato 8º duca d’Atri, conte di San Flaviano (titolo mutato, su sua richiesta e con il beneplacito regio, in quello di conte di Giulia dal 1481) e 15º conte di Conversano (dal 1496) e conte di Caserta (dal 1509), uno dei feudatari più ricchi del Regno di Napoli.

Stemma_ducale_acquaviva
Stemma ducale della famiglia Acquaviva inquartato con lo stemma aragonese
Acquaviva_family_tree  albero genealogico degli Acquaviva

Era figlio di Giulio Antonio e di Caterina Orsini del Balzo (figlia naturale di Giovanni Antonio del Balzo Orsini Principe di Taranto). Divenuto erede del ducato di Atri già alla morte del fratello maggiore Giovanni Antonio scomparso nel 1479 assumendone il titolo di Marchese di Bitonto[1], prese le redini degli stati feudali nel 1481 alla morte di Giulio Antonio, morto durante la battaglia di Otranto a cui anche Andrea Matteo aveva partecipato al seguito del padre. Fu uno degli artefici della congiura dei Baroni (1485-86), ma in seguito ottenne il perdono del sovrano: gli vengono tolte Teramo e Bitonto, ha in cambio il titolo di gran siniscalco e la signoria di Martina Franca. Andrea Matteo era un uomo colto e raffinato, uomo d’armi e di lettere. Nel 1503 fu catturato a Rutigliano dagli Spagnoli, rinchiuso a Gaeta e liberato solo tre anni dopo; dal1506 dimorò prevalentemente in Napoli. Aveva sposato in prime nozze (1477-1480), Isabella Todeschini Piccolomini d’Aragona (1459 – 1508) figlia primogenita di Antonio I duca di Amalfi e conte di Celano (costui era figlio di Laudomia Piccolomini sorella di Papa Pio II ed aveva sposato Maria d’Aragona figlia naturale legittimata di re Ferrante d’Aragona), dopo la sua morte sposò (1509) Caterina Della Ratta (+1511) , vedova diCesare d’Aragona (figlio naturale del re di Napoli, morto in esilio nel 1504); con questo matrimonio Andrea Matteo unificò i possedimenti di famiglia (anche se decurtati da confische del sovrano) con la ricca contea di Caserta (ed altri beni tra cui il feudo diEboli); qui gli Acquaviva succedevano ai Della Ratta che l’avevano tenuta dal 1310; seppe abilmente consolidare la contea facendo sposare suo nipote, Giulio Antonio II Acquaviva, con la pronipote della contessa di Caserta, Anna Gambacorta. Il ricco periodo è visibile nei resti del castello di Casertavecchia che venne rinforzato e arricchito di una nuova cinta muraria e di diverse torri. Il suo palazzo in Napoli fu luogo di incontro di letterati come Giovanni Pontano e Jacopo Sannazaro, le cui opere furono stampate in una tipografia di proprietà del duca di Atri. Insegnò all’Accademia Pontaniana e tradusse opere del Plutarco, pubblicate nel 1526 a Napoli dal figlio Giovanni Antonio Donato[

PROTAGONISTI DEL XVII secolo Conversanese

Alla casata degli Acquaviva d’Aragona apparteneva anche il celebre Guercio delle Puglie, il Conte Giangirolamo II (16001665), che amministrò il feudo dal 1626 al 1665 circondato da enorme potere, molti nemici e molte leggende. Le cronache lo descrivono come un feudatario dispotico e senza scrupoli, avvezzo alla violenza gratuita e in grado di sfruttare ogni circostanza per accrescere il suo potere. Così fu in occasione dell’effimera repubblica napoletana di Masaniello (1647) che si propagò anche in Puglia: benché la corona spagnola si fosse rivolta a Giangirolamo perché riportasse all’ordine le terre pugliesi sollevatesi contro i signori locali (cosa che avvenne ad esempio in Terra d’Otranto a San Cesario e Nardò), quando i rivoltosi di Martina ripararono nel territorio di Conversano, il conte accordò loro protezione per servirsene più avanti come esecutori delle azioni più efferate nei confronti dei suoi sudditi meno docili, come accadde a Locorotondo in occasione del sacco del 1648. Ben presto, i tanti nemici di cui si era circondato fecero giungere notizia alla corte spagnola degli abusi di Giangirolamo, che nel 1650 fu pertanto tradotto a Madrid e imprigionato. Proprio quando si apprestava a tornare nel suo feudo lasciato nel frattempo nelle mani di sua moglie Isabella Filomarino della Rocca, morì vittima della malaria. Era il 1665. In realtà la figura del Guercio resta incompleta senza menzionare il mecenatismo della sua corte. Si trattava certamente di un preciso programma politico, volto ad accrescere il prestigio del casato. Tuttavia Giangirolamo e sua moglie Isabella arricchirono la collezione di famiglia che con loro giunse a contare oltre cinquecento dipinti e svariate altre opere d’arte, tra mobili e suppellettili; diedero inoltre ospitalità al pittore Paolo Finoglio, che nel lungo soggiorno conversanese (16221645) fu autore di diverse opere: dagli affreschi della camera degli sposi, alle dieci grandi tele del ciclo ispirato alla Gerusalemme liberata, ambedue ospitati nel castello, alle fastose decorazioni nelle chiese cittadine del Carmine e dei Santi Cosma e Damiano che venivano edificate in quegli anni. Anche la costruzione dei trulli di Alberobello fu un espediente di Giangirolamo per eludere l’editto vicereale che richiedeva l’assenso della corte per la fondazione delle città: grazie alla particolare tecnica costruttiva a secco, ogni volta che si approssimava l’ispezione regia il Guercio poteva dare ordine di distruggere i tetti delle abitazioni, che in seguito sarebbero stati ricostruiti agevolmente. Giangirolamo II Acquaviva d’Aragona (Conversano1600 – Barcellona14 maggio 1665) è stato un politico,militarenobile e mecenate italiano. Era detto il “Guercio delle Puglie“, fu il 20º conte di Conversano e il 7º duca di Nardò. Figlio di Giulio I Acquaviva d’Aragona (16071626), conte di Conversano, e di Caterina Acquaviva d’Aragonaduchessa di Nardò, unificò le due linee di discendenza della famiglia. Succedette al padre nel 1626 e mantenne il suo ruolo di signore fino al 1665, anno della sua morte. Sposò il 4 aprile1622 la contessa Isabella Filomarino dei principi della Rocca (16051679). Donna singolarmente imperiosa, di carattere determinato e crudele, non meno del marito, Isabella dimostrò apprezzabili capacità di governo, tenendo la reggenza della contea per l’intero periodo della detenzione dello sposo a Madrid (16471665), coadiuvata dal figlio Cosmo, e, dopo la morte di questi e del “Guercio”, in nome del nipote Giulio II (16651691), insieme alla nuora Maria di Capua.[1] Detto il “Guercio” a causa di un difetto visivo (occhio strambo), Giangirolamo era considerato dai sudditi un uomo malvagio, vendicativo e, per questo, assai temuto: religioso e praticante (devoto ai SS. Medici Cosma e Damiano), coraggioso e mecenate, contribuì, peraltro a migliorare la vita dei contadini. Anche oggi sopravvivono cupe leggende su di lui, non sorrette da valide documentazioni, però. Pare – e non fu l’unico – che si avvalesse dello ius primae noctis, e, tuttora, i conversanesi si dicono tutti figli del conte. Ancora, si narra che, per esercitazione, sparasse dalla torre del castello alle povere donne che attingevano l’acqua dai pozzi; o facesse scuoiare i ribelli canonici di Nardò per tappezzare con le loro pelli le poltrone, che, nel casino di caccia di Marchione, potevano vedersi fino ai primi del Novecento.[2]Il conte aveva la passione per i cavalli del suo pregiato allevamento (razza Conversano), avviato dall’avo Giulio Antonio I nel 1456. Giangirolamo ebbe cinque fratelli: quattro furono monache e una di queste, Donata, fu badessa mitrata del monastero di San Benedetto a Conversano; la Madre Superiora, infatti, esercitava il potere temporale (sul clero e a Castellana Grotte), caso unico per una religiosa. Dalle nozze con Isabella, nacquero cinque figli: Giulio, Cosmo (conte di Conversano per soli dieci giorni, morto in un famoso duello), Caterina, Anna e Tommaso.[3] La residenza del conte era soprattutto il castello di Conversano, ma trascorreva alcuni periodi anche nel casino di caccia di Marchione e ad Alberobello nel palazzetto-taverna. Giangirolamo, invero, contribuì alla fondazione di quest’ultimo pittoresco e unico paese, attirando i contadini dei territori vicini a risiedervi, con promesse di privilegi. Questo, nonostante il divieto del re di Spagna, cui spettava un tributo per la nascita di un nuovo centro urbano. Per evitare il pesante onere, il “Guercio” fece costruire alcune casette a secco col materiale locale, non immaginando di avere “inventato” il trullo che, in caso di ispezioni, poteva essere subito demolito. Avendo dunque violato il regolamento regio (Prammatica Reale) ad Alberobello, lo spregiudicato conte, nel 1643, fu arrestato e trasferito a Napoli, indi a Madrid: fu scarcerato nel 1646.[4] Nel luglio-agosto 1647 il conte fu inviato dal re di Napoli a domare la rivolta di Nardò e Lecce a seguito della rivolta di Masaniello a Napoli del 7 luglio 1647. Dopo una trattativa di mediazione affidata al vescovo di Lecce, Pappacoda, dal 3 al 6 agosto 1647 invase le campagne di Nardò con 4000 armati e, oltre ad arrestare e processare i capi della rivolta, ne approfittò per eliminare alcuni avversari tra cui l’arciprete G. Filippo Nuccio e quattro abati che vennero archibugiati e decapitati il 20 agosto 1647. Nel 1649, in seguito a nuovi e gravi abusi feudali, Giangirolamo fu di nuovo condotto a Madrid e rinchiuso in carcere, dove rimase per 16 anni, fino al 1665. In quell’anno, mentre si accingeva a rientrare in patria, morì, a 65 anni, forse per malaria (non sono documentate le cause del decesso). Il corpo fu imbalsamato e tumulato nella cappella del Rosario del monastero di San Benedetto a Conversano.[5] La contessa Isabella, sua moglie, gli sopravvisse per 14 anni e continuò a tenere la reggenza per il nipote Giulio II, prima di raggiungerlo nella stessa tomba. Il “Guercio”, inoltre, era famoso per il piglio da combattente e la tendenza ad acuire le discordie, ma il suo nome viene associato anche a fatti culturali, poiché fu mecenate di letterati e pittori. Si ricorda tra questi Paolo Finoglio, pittore di scuola napoletana, che eseguì su incarico del conte dieci tele sulla Gerusalemme liberata: le tele sono attualmente custodite nella Pinacoteca comunale di Conversano.[6] Questo ricco, nobile ed intelligente uomo aveva, tra i primi del Seicento, compreso che l’arte poteva essere un mezzo di comunicazione di alto livello, in quanto attraverso essa si sarebbero potuti trasmettere – quasi in modo subliminale – i messaggi che egli intendeva inviare a quanti ne usufruivano; non per nulla anche nelle commissioni religiose egli frapponeva il suo giudizio e la sua volontà.

PROTAGONISTI DEL XVII secolo Conversanese

Isabella FILOMARINO, nipote del cardinale di Napoli e proveniente da una delle più prestigiose famiglie napoletane, nacque a Napoli nel 1600 e restò l’unica figlia in vita della coppia  Tommaso Filomarino-Beatrice de Guevara. L’unione matrimoniale con il conte di Conversano, Giangirolamo II Acquaviva d’Aragona, avvenne il 4 aprile del 1622. In quest’occasione Isabella acquisì il titolo di contessa di Conversano. La contessa fu donna capace di governare sapientemente non solo la famiglia, ma anche il complesso feudale degli Acquaviva di Conversano, supplendo il coniuge (ricordato spesso nella storiografia con l’appellativo di “Guercio” il termine deriva da un difetto fisico, cioè un “occhio strambo”) durante le ripetute assenze. La contessa dovette sfoderare le sue migliori capacità gestionali e politiche per tener testa non solo alle richieste dei vassalli, ma anche per far fronte alle continue accuse che la Spagna e gli stessi suoi parenti muovevano nei confronti suoi e dei suoi turbolenti rampolli delle cui imprese ci restano numerosi resoconti. Contemporaneo della contessa, Francesco Capecelatro parlò di lei come una donna «imperiosa e sanguinaria non meno del conte suo marito». Su questa linea prosegue, circa due secoli dopo, Pietro Gioia che, rifacendosi probabilmente all’opera del Capecelatro, parla della contessa come di una «donna di indole truce ed altera», presentandola con l’appellativo di Aspide di Puglia. La sua vita fu segnata da una serie di pesanti lutti tra il 1647 e il 1665: nel 1647 morì il figlio Giulio, nel 1664 Tommaso, mentre nel 1665 mancarono il primogenito Cosimo (o Cosmo) e il coniuge Giangirolamo II, deceduto durante il viaggio di ritorno dalla capitale spagnola. Le sofferenze che ella dovette affrontare furono lunghe e gravose, ed è su questa linea che si mosse Paolo Antonio di Tarsia nel presentarla, dedicando a lei e al suo casato un intero capitolo nel Memoriale. In esso si fa riferimento al coraggio virile, e somma prudenza della contessa di Conversano, Donna Isabella Filomarino, che servì a V. Maestà, in occasione delle rivoluzioni del Regno di Napoli. A Conversano la Contessa Isabella Filomarino agli inizi del 1600 aveva fatto costruire nel Casalnuovo un Conservatorio retto dall’ordine delle religiose Domenicane presso la Chiesa di S. Leonardo.
In seguito alla pestE che colpì la cittadina nel 1690-92 il Conservatorio fu trasferito nel Complesso di S. Giuseppe le cui origini risalgono appunto alla Seconda metà del 1600. La struttura assunse la denominazione di Conservatorio di S. Giuseppe con attigua cappella poi trasformata in chiesa.

PROTAGONISTI DEL XVII secolo Conversanese

ACQUAVIVA D’ARAGONA, Cosimo. – Nacque dopo il 1621 da Giovan Girolamo, conte di Conversano, e da Isabella Filomarino. Nel 1647-48 partecipò alla repressione dei moti antifeudali e antispagnoli nel Regno di Napoli. Nel novembre 1647, insieme con i suoi due fratelli, Giulio e fra’ Tommaso, seguì il padre al campo dei baroni a S. Maria di Capua, agli ordini di V. Tuttavilla, e si distinse particolarmente nell’assalto di Frattamaggiore, dove suo fratello Giulio perse la vita, e nell’assedio di Caivano. Quando il padre volle abbandonare il campo del Tuttavilla (11 genn. 1648), tornò anch’egli nelle Puglie: fu lasciato dal padre, che mosse verso Foggia, a presidiare Acquaviva. Combatté, sempre nel 1648, anche ad Altamura ed a Matera contro le bande di ribelli guidate da Matteo Cristiano e dal conte del Vaglio. In riconoscimento dei servigi resi alla Spagna in questa campagna, nel 1650 fu creato cavaliere del Toson d’Oro. Il resto della sua vita fu un seguito di violenze, cui fu in buona parte trascinato dal padre, e di arresti. Nel 1649, insieme con il fratello Tommaso e un amico, sostenne, per istigazione del padre, un duello contro il duca d’Andria, che aveva cercato di infrangere il monopolio dei conti di Conversano sull’esportazione del grano dalle Puglie verso Venezia. Ferito, fu chiamato a Napoli, insieme con gli altri duellanti e con il padre, ritenuto l’istigatore del duello, e fu trattenuto per qualche tempo agli arresti in casa sua. Un secondo arresto subì nel 1651 insieme col padre, perché implicato nelle malefatte che questi aveva compiuto nel 1647-48, specialmente a Nardò. Rimesso in libertà poco tempo dopo, nel 1653 fu fatto arrestare una terza volta dal nuovo viceré, il duca di Castrillo, sotto accusa di duplice omicidio (cfr. G. Coniglio, p. 18) e fu rilasciato soltanto nel 1658, in occasione della nascita del principe ereditario. Ma, nel 1661, fu nuovamente arrestato e inviato in Spagna, per aver partecipato ad alcune manifestazioni contro l’inquisitore C. Piazza, che aveva tra l’altro fatto imprigionare un cameriere personale dell’A., Ambrogio Lanza (il Piazza si diede alla fuga da Napoli in seguito ai tumulti dei nobili). Fu rilasciato, e poté ritornare in patria soltanto nel 1663. Il 6 luglio 1665, ad Ostuni, ebbe un duello con il duca di Martina, Petricone Caracciolo, che già da tempo era il massimo avversario degli Acquaviva nelle Puglie, e con il quale l’A. era allora in conflitto per alcune questioni concernenti la giurisdizione di due loro feudi confinanti, quello di Noci dell’A., e quello di Mottola del duca di Martina. L’intervento personale del vescovo di Ostuni non servì a scongiurare il duello, che ebbe luogo sul sagrato della cattedrale e portò all’uccisione dell’Acquaviva. L’A. sposò Caterina, figlia di Fabrizio Di Capua, principe della Riccia, e ne ebbe due figli, Giangirolamo e Giulio. Successe al padre come duca delle Noci, ma mai come conte di Conversano, di cui non poté ottenere l’investitura nei pochi mesi che intercorsero tra la morte del padre e la propria. Ebbe due figli:

Giangirolamo III († 1680), 9º duca di Nardò, 22º conte di Conversano

Giulio Antonio († 1691), 10º duca di Nardò, 23º conte di Conversano – Conte di San Flaviano e Conte di Castellana dal 1680 spostato con Dorotea Acquaviva d’Aragona dei Duchi di Atri (+ 3-12-1714)